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Ancora energia sporca per l’Italia, ma importata dall’estero

20 novembre 2015
  - Articolo scritto da  Miriam Perani

Come si preparano gli Stati alla tanto attesa conferenza sul clima COP21 che si terrà a Parigi a partire da fine mese? Ogni paese si presenta con le sue contraddizioni e anche l’Italia non è da meno.

In questo periodo storico, anche grazie allo sviluppo esponenziale delle fonti rinnovabili degli ultimi anni, l’Italia è finalmente riuscita a soddisfare il proprio fabbisogno energetico senza la necessità di importare energia dall’estero. In particolare, già a partire dai primi anni 2000, il nostro paese è stato capace di produrre progressivamente energia elettrica rispettando gli standard quantitativi europei sull’energia verde. Fino a qui nulla da ridire, anzi se guardiamo solo questo il nostro paese si presenterebbe con un buon “biglietto da visita” alla conferenza parigina sul clima. Ma il condizionale è d’obbligo e il motivo viene spiegato chiaramente tra le righe di questo articolo.

L’elettrodotto Balcani-Italia e l’energia a carbone del Montenegro

energia a carbone

Dopo il black out che interessò l’Italia nell’estate 2003, venne progettato un elettrodotto che avrebbe dovuto collegare il nostro paese alla Serbia, e che avrebbe dovuto fornire all’Italia l’energia elettrica necessaria a soddisfare il fabbisogno del paese anche in condizioni di “emergenza” come era quella del 2003. Tuttavia nel corso del tempo, grazie alla crescita esponenziale delle rinnovabili, questa necessità è andata scemando, rendendo obsoleto il progetto che è stato temporaneamente accantonato.

Tuttavia, avviati i programmi di investimento, l’idea di produrre e importare energia dai Balcani non è stata abbandonata ed A2A, la multiutility lombarda dell’energia, ha deciso di proseguire un programma di investimento per produrre e importare energia elettrica dal Montenegro, costruendo in loco una centrale a carbone.

L’importazione dell’energia sarebbe avvantaggiata dalla ripresa del progetto dell’elettrodotto, ma comporterebbe molte enormi contraddizioni, diversi dubbi ed una serie di questioni controverse: che senso ha importare energia dall’estero quando l’Italia, da sola e grazie alle rinnovabili, è oggi totalmente autosufficiente? Chi pagherà (e quanto si pagherà) l’energia prodotta all’estero e importata in Italia? Quanto costerà l’elettrodotto da realizzare per fare arrivare l’energia sulle nostre coste? E soprattutto: che senso ha, oggi, nell’era delle rinnovabili, avviare investimenti in centrali a carbone? Il progetto della centrale, infatti, non è un progetto eolico o fotovoltaico o idroelettrico. Gli investimenti sono investimenti per una centrale a carbone. Insomma, secondo l’autore (ma anche secondo noi) tutto fa pensare che l’intera operazione sia a solo vantaggio della multiutility italiana. Fino a qui già molto è discutibile. Ulteriori dubbi e perplessità nascono dal fatto che tra gli accordi commerciali tra Italia e Serbia sarebbe previsto un prezzo di vendita concordato e particolarmente favorevole al produttore.

Lo scenario descritto potrebbe diventare realtà se venissero approvati alcuni emendamenti avanzati dalla Legge di Stabilità 2016, nei quali si ipotizzano incentivi economici per le società che acquisteranno energia a prezzi vantaggiosi al di fuori dei confini italiani. Sembra, a tutti gli effetti, un emendamento “ad hoc” per favorire la multiutility in questa operazione commerciale.

Il prezzo “concordato” e favorevole al produttore è, di fatto, ad un incentivo economico all’importazione di energia (in questo caso energia a carbone) ed i suoi costi andrebbero a riversarsi direttamente sulle bollette degli utenti elettrici.

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Alessandro Fuda – Copy Writer e SEO Developer appassionato di fonti rinnovabili, fotovoltaico, risparmio energetico, ambiente

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